La pianta della speranza
Inserito da Luciana |
3 novembre 2008
Una mattina, facendo colazione seduta sotto il porticato antistante la cucina del Convento di Quelimane, mi sono soffermata ad osservare una pianta.
Era una piccola pianta, con poche foglie, cresciuta in un vaso rotto. Una pianta insignificante, della quale non conoscevo il nome,che forse non avrebbe mai dato fiori e frutti.
Eppure lì, in quel momento, quella piccola pianta aveva assunto per me un valore infinito, perché solo per il fatto di vivere, di respirare, di essere lì ….raccoglieva in sé tutta l’essenza, tutti i valori e tutte le contraddizioni dell’Africa.
Ogni aggettivo o pensiero che la mia mente associava a quell’essere vivente era contemporaneamente attribuibile ad ogni persona, luogo, situazione vista o vissuta lì in Mozambico.
Insignificante.
Come la pianta, anche la vita delle migliaia di persone che ogni giorno incontravo per la strada mi sembrava così, senza alcun senso; pareva, ai miei occhi di comune occidentale, una schiera di anime inserite in un impreciso girone dantesco che andavano e venivano senza meta.
Ma un giorno, seguendo con lo sguardo una di quelle tante donne che camminava innanzi a me vestita con la sua sgargiante capulana, ho capito che la sua vita e quella dei suoi concittadini aveva molto più senso della mia.
I mozambicani non camminano come noi per distrarsi, per digerire, per sgranchirsi le gambe dopo una giornata in ufficio seduti vicini al termosifone o sotto al condizionatore: camminano per vivere.
Percorrono chilometri e chilometri per andare a lavorare dalla città in campagna o per raggiungere un centro di saude o per incontrare i parenti. E toglietevi dalla testa il pensiero:”Anche i nostri nonni facevano così”,perché i nostri nonni rispetto a questa gente avevano almeno le scarpe.
In Mozambico si cammina scalzi, nel fango, a volte persino con l’acqua fino alla vita, trasportando sulla testa taniche piene d’acqua o fasci di legna e sulla schiena figli o fratelli.
Si parte dalla propria palhotta( capanna), per raggiungere altre costruzioni uguali , ove sedersi su stuoie, mangiare con le mani riso e polenta di miglio, cotti in un tegame sul fuoco acceso tra tre pietre. Un fuoco che deve essere sempre tenuto acceso , perché il popolo mozambicano è fermo alla pre-preistoria e se il fuoco si spegne bisogna andare a chiederlo alla palhotta più vicina, che in alcuni casi dista chilometri.
La gente fa acquisti su bancarelle di legno, esposte alle intemperie , ove, lungi dal preoccuparsi delle date di scadenza e delle norme igieniche, si vende cibo fresco e conservato , dall’alba al tramonto, trattando sul prezzo.
Il popolo mozambicano si veste seguendo la moda”all good”, cioè” tutto va bene” nel senso che non esistono indumenti e colori per maschi o per femmine, ma i vestiti vengono indossati indifferentemente , senza far troppo caso alla taglia o alle stagioni, finché l’ultimo brandello non si consuma.
Nonostante tutto ciò sono sempre felici e indistruttibili di fronte alla fatica.
Senza nome.
Ebbene sì, in Mozambico tutti si conoscono eppure sono nessuno. Per il resto del mondo molte di queste persone non esistono, perché nei villaggi non esiste un anagrafe ed i villaggi sono lontani dalla città, quindi si rischia che i genitori certifichino la nascita dei figli dopo mesi o anni, inventando ovviamente , a quel punto, la data.
La prima e per molti l’unica occasione per ottenere un’identità è l’iscrizione a scuola( che , però, purtroppo, solo in teoria è obbligatoria).
Per cominciare a risolvere questi problemi nel mese di luglio lo stato Mozambicano ha effettuato un censimento, così mentre le scuole sono state chiuse per diverse settimane, i professori( gli unici capaci di leggere e scrivere) sono stati impegnati a passare da una palhotta all’altra, rilevare il numero dei residenti e apporre sulla porta un adesivo che testimoniava il loro passaggio. Sembrava di essere ai tempi di Gesù………….
Fiori e frutti.
Eppure in questo contesto confuso e incerto la vita continua.
Sugli alberi crescono fiori e frutti e le madri partoriscono annualmente, al punto che succede che diventano nonne e mamme nello stesso mese.
Con cocco, riso e papaia crescono i figli di questa terra. Giovani il cui primo sogno non è un cellulare, una vacanza o un’auto, ma è la possibilità di continuare gli studi, perchè hanno capito che la peggiore malattia non è la malaria o l’AIDS ma è l’ignoranza.
L’ignoranza provoca sfruttamento, ingiustizia, povertà.
Ed è ogni dì più difficile uscire in modo consapevole e proficuo da questo analfabetismo socio-culturale, soprattutto perché questa gente , senza storia né identità, si trova improvvisamente bombardata dal consumismo occidentale, frutto di un mercato che non avendo più spazio civilizzato ove smerciare invade i villaggi.
Diventa, così, sempre più arduo promuovere un cammino educativo orientato al raggiungimento di obiettivi minimi di cultura e urbanizzazione( che dovrebbero essere la base su cui costituire un’identità nazionale , senza cancellare le differenze e tradizioni)se dall’estero i crociati delle nuove multinazionali premono per invadere queste terre e globalizzare selvaggiamente le foreste.
Seminare la speranza.
Proprio contro questi colossi commerciali, contro le avversità della natura, le ingiustizie sociali combattono quotidianamente i missionari e quanti da tutto il mondo giungono come volontari per mettere a disposizione il loro tempo, le loro conoscenze e competenze.
E per concretizzare gli intenti e partendo dalla realtà locale, in questi ultimi mesi Fra Antonio e i volontari che lo hanno affiancato hanno dato avvio ad un nuovo progetto di agricoltura familiare, in sostegno soprattutto alle vedove, che spesso sono giovani mamme il cui marito è morto di malaria o di Aids .Nei campi della Cooperativa Ceramica a Nicoadala e a Licuare si è avviata, perciò, al fianco delle coltivazioni di ananas, riso e fagioli, una piantagione di jatropha, una nuova pianta dal cui frutto è possibile ricavare biodisel. Questa è adesso per molti la pianta della speranza, la pianta che tutti si augurano possa inserire il Mozambico in un circuito commerciale internazionale che gli consenta di combattere la povertà. In questo ambito il compito di Fra Antonio e dei membri della Cooperativa è quello di accompagnare questa gente verso il futuro in modo che siano consapevoli delle loro possibilità, che abbiano conoscenze e capacità critiche per non essere nuovamente colonizzati ma sappiano essere protagonisti del loro lavoro.
Fra Antonio è sempre più convinto che il lavoro nei campi forgia le persone ed ecco perché ogni qualvolta qualcuno si rivolge a lui in cerca di lavoro lo avvia alla “machamba”( cioè alla campagna) e lì gli dà la possibilità di lavorare e vivere con la propria famiglia. E tutti coloro che in questi ultimi mesi hanno conosciuto di persona gli anziani di Nicoadala , che lavorano nel Centro Giovanni Paolo II , sono rimasti meravigliati dalla gioia in cui vivono e che trasmettono e soddisfatti nel vedere che le offerte inviate vengono utilizzate in modo critico e proficuo per il bene di questa gente.
E per seminare la speranza coloro i volontari hanno giocato e fatto i compiti con gli orfani della Casa Famiglia, insegnato informatica e inglese agli adolescenti del Lar ( il convitto dei giovani recuperati dalla strada), collaborato nel laboratorio della ceramica, vissuto con empatia i momenti di confronto e scambio con i frati e con i laici mozambicani.
E anche tu, cara lettrice e caro lettore, cosa aspetti a venire in Mozambico e a far germinare il seme di speranza che hai dentro di te?